Libere di scegliere

25 Novembre 2019.
Le cifre sono agghiaccianti.
Un crimine contro le donne ogni 15 minuti, un femminicidio ogni 72 ore.
Nel mondo?
NO, in Italia.
Il pericolo non è lo “straniero”, il violento ha le chiavi di casa e non è il “gigante buono” o il “bravo padre e lavoratore” in “preda al raptus”.
La violenza non è un “emergenza”, bensì un fenomeno ben più radicato e strutturato nella cultura diffusa, che non riconosce pienamente il diritto alle donne di scegliere come vivere e, in moltissimi casi, il diritto di salvarsi.
La narrazione del “se l’è cercata” o “accecato dalla gelosia” è l’evidenza di una mentalità giustificante quando si tratta di crimini contro la donna, tranne se commessi da stranieri; ma è una altra storia.

Così come è evidente la misoginia di alcune sentenze in reati di violenza sessuale, con pene irrisorie o addirittura estinte con provvedimenti di recupero sociale ridicoli.

Combattere la violenza significa agire principalmente sullo scardinamento della cultura millenaria del patriarcato, che vede la donna come soggetto subalterno e ancora oggi non pienamente riconosciuta degli stessi diritti dell’uomo: vedi la disparità salariale.

Combattere la violenza significa investire l’istituzione scolastica del ruolo di educazione alla parità e di prevenzione dei fenomeni di violenza.

Combattere la violenza significa ammonire la narrazione aberrante di tanta stampa offensiva che rivittimizza la donna .

Combattere la violenza significa difendere e sostenere i presidi di ascolto e accoglienza che sono i Centri Antiviolenza e le Casa rifugio.

Combattere la violenza si può attraverso buone leggi che pure ci sono, ma superando il sistema a macchia di leopardo che vede regioni come Emilia Romagna Lazio e Lombardia con centri antiviolenza diffusi su tutto il territorio e regioni in cui mancano completamente o sono al lumicino.

La regione Lazio è stata la prima a finanziare il fondo per gli orfani di femminicidio; il ministro Gualtieri ha annunciato l’approvazione entro lunedì del decreto ministeriale per il fondo per gli orfani di femminicidio, con 12 milioni per borse di studio, spese mediche, formazione e inserimento al lavoro: una riparazione ad un danno privato e sociale.

Anche quest’anno dalla piazza di “Non una di meno” alle tante manifestazioni organizzate dai Centri antiviolenza e dalle associazioni femminili la richiesta è univoca: “Vogliamo essere libere di uscire senza essere violentate, libere di separarci senza essere uccise, libere di dire la nostra sui social senza essere aggredite da orde di odiatori misogini, libere di realizzarci secondo le nostre idee, vogliamo avere il diritto di non essere discriminate nei luoghi di lavoro e nella vita sociale”.

Le donne, ancora una volta, sono a dirci che sognano un mondo anche per loro e non nonostante loro.