Argo #28

Simone Weil scriveva:

La gioia altro non è che il sentimento della realtà”.

Tanti, troppi, lavorano tristemente alla falsificazione di questo sentimento. Perché, in fondo, la realtà è riconoscere la relazione con un mondo interconnesso, nel quale hanno eguale diritto di cittadinanza tutti gli “altrove” e le individualità esistenti.

Alla categoria dei “demolitori” della realtà a ben vedere potrebbe iscriversi l’ex sindaco, parlamentare europeo di breve corso, Nicola Procaccini – e l’intera squadra di Fratelli d’Italia – per i quali “l’Agro Pontino è un modello di integrazione per lavoratori stranieri”.

Un modello da proporre al Premio Sakharov per la libertà di pensiero, istituito dal Parlamento europeo nel 1988 allo scopo di premiare personalità od organizzazioni che abbiano dedicato la loro vita alla difesa dei diritti umani e delle libertà individuali. Quella di Nicola e fratelli è “una operazione verità” perché non possono essere accomunate “tutte le imprese agricole a forme di sfruttamento della manodopera”.

Sarebbe facile rispondere che nessuno mai ha identificato tutti gli imprenditori agricoli pontini come criminali o sfruttatori. Ma il punto vero, che si vuol negare, è l’esistenza di un sistema di sfruttamento sempre più diffuso, contro il quale hanno manifestato il 18 aprile del 2016, sotto la prefettura di Latina, quattromila indiani, nonostante le minacce e le intimidazioni dei padroni delle aziende. Negare ciò che ogni persona di buon senso vede con i propri occhi, e di numerose indagini che hanno fatto emergere situazioni di profondo degrado in molte aziende agricole tra Latina, Pontinia, Sabaudia, San Felice Circeo e Terracina.

Hilal Elver, inviata esperta di diritti umani delle Nazioni Unite, che ha visitato Lazio, Lombardia, Toscana, Piemonte, Puglia e Sicilia, in queste settimane, ha scritto nel suo rapporto all’Onu, che metà circa della manodopera del settore agricolo è costituita da braccianti migranti (circa cinquecentomila). “Da nord a sud, centinaia di migliaia di braccianti lavorano la terra o accudiscono il bestiame senza protezioni legale o sociale adeguate”. E sotto ricatto, con la “minaccia costante di perdere il lavoro, di venire rimpatriati con la forza o di diventare oggetto di violenza fisica e morale”.

Il nostro territorio è, purtroppo, anche questo, come ci viene “descritto” dalle inchieste ed indagini giudiziarie, e che nessun convegno può nascondere a proprio uso e consumo, in una corsa senza scrupoli verso il potere. Per fortuna ci sono – anche nelle piccole librerie che resistono nella nostra città – iniziative di conoscenza e di informazione del bel libro di Marco Omizzolo (“Sotto padrone. Uomini, donne e caporali nell’agromafia italiana”) che scrive “… con l’amarezza e l’indignazione di chi ha vissuto molte giornate torride di lavoro nelle campagne pontine con padroni arroganti che violavano i diritti dei lavoratori e danneggiavano i molti imprenditori onesti presenti in provincia…” e davanti ai sovranisti-negazionisti di casa nostra “la prima cosa utile da fare è di non ascoltarli e di contestarli ad ogni passo con metodo e la pazienza e tenacia di chi sa come stanno davvero le cose”.

Sostenere la realtà contro l’irrealtà che ha il volto del calcolo del vantaggio personale, del credere che le cose e le persone possano essere manipolabili: è ancora questa la “sfida”.

ARGO nasce da un’idea di
Armando Cittarelli

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