ARGO #30

Robinson, supplemento de la Repubblica, del 14 marzo scorso, ha pubblicato diversi articoli su Heinrich Schliemann, un particolare tipo di archeologo che, centocinquanta anni fa, scoprì Troia.

Mi ha coinvolto per due motivi, soprattutto.

Il primo: ha riportato in superficie i miei ricordi di studente tredicenne, alle prese con l’Iliade e l’Odissea e, successivamente, per mio conto, con la filosofia greca ed in particolare i Presocratici. Erano uomini che incominciarono a pensare intorno al 600 avanti Cristo e smisero con la morte di Democrito. Indossavano abiti leggeri, abitavano in piccole città colpite dal sole, da Mileto in Asia Minore ad Agrigento, ad Elea, pochi chilometri da Napoli. Conoscevano il pensiero che arrivava dall’Oriente, dall’India, e come scrive Giuseppe Montesano, in Lettori selvaggi: “…non c’è niente, nella storia della civiltà, che possa essere paragonato alla potenza logica e alla forma non esteriore del loro pensiero”.

Il secondo motivo: l’approdo, in quel confine tra le coste della Grecia e dell’Asia Minore, di popoli ancora in perenne viaggio e fuga.

Omero, o chi per lui, ha dato inizio alla nostra letteratura. Storie di guerre e di movimenti di “popoli del mare”, che ci parlano perché hanno la forza del mito e perché quel mito “fondatore della nostra cultura si incardina in una storia mediterranea di incessanti movimenti, sofferenze e scontri di popoli, che oggi vediamo rinnovarsi sulle coste dell’isola di Lesbo…”, come ha scritto Silvia Ronchey, nel Supplemento citato.

Arrivo a Lesbo
L’arrivo di 54 profughi afgani a Lesbo, Grecia, 28 febbraio 2020. (Aris Messinis, Afp)

Ancora in quel luogo – contatto di tre continenti, Europa, Asia e Africa – agiscono confini visibili ed invisibili della nostra civiltà “mediterranea”: un crocevia dal quale proveniamo, fra preistoria e storia, il confine fra Occidente ed Oriente.

La storia umana, come osservava Nietzsche, è regolata dalla volontà di potenza, non solo in guerra. E quel che ancora accade ci dice quanto arretrata sia la condizione umana, che solo a parole riconosce i suoi ideali di pace e di solidarietà. Una impotenza collettiva che ci trasforma tutti in complici. Una arretratezza della nostra condizione psichica, dovuta al fatto che il troppo grande ci lascia freddi. “Se muore infatti un congiunto a cui eravamo legati, soffriamo, se muore il nostro vicino di casa facciamo le condoglianze, se ci dicono che ogni otto secondi muore di fame un bambino nel mondo, questa finisce con l’essere solo una statistica…” (U. Galimberti), perché il nostro sentimento di reazione si arresta alla soglia di una certa grandezza: troppo lontani e grandi per coinvolgerci e suscitare partecipazione e reazione.

Ma tale inadeguatezza non è un difetto come tanti. Tale indifferenza rende possibile la ripetizione di ciò ch’è già accaduto, senza neppure il bisogno di resuscitare passate ideologie.

ARGO nasce da un’idea di
Armando Cittarelli